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Prendete una rotonda qualunque all’alba, di quelle con l’asfalto che trasuda umidità autunnale e nebbia padana. Aggiungete una manciata di pancali di legno pronti al sacrificio, qualche thermos di caffè che ormai sa solo di plastica riscaldata, una fila di bisonti della strada spenti sul ciglio e tre o quattro lampeggianti blu che fendono il buio.
A prima vista sembrerebbe il set di una serie poliziesca a basso costo girata in provincia. In realtà è una commedia dell’assurdo, un vero capolavoro di ingegneria sociale che va puntualmente in scena ogni volta che gli autotrasportatori decidono che il piatto piange troppo e proclamano lo sciopero.
La sceneggiatura è sempre la stessa, recitata a memoria da attori che non sanno nemmeno di avere lo stesso copione in tasca.
Atto I: Chi non guida per campare contro chi guida per non affondare
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A sinistra del guardrail troviamo l’autista in sciopero. Uno che passa mezza vita aggrappato a un volante, vede la famiglia tramite videochiamate traballanti nelle aree di servizio e ha visto il costo di gasolio, pneumatici e autostrade salire con la grazia di un razzo verso Marte. È lì al freddo perché far quadrare i conti a fine mese ormai richiede un dottorato in fisica quantistica applicata al debito: fermarsi oggi è l’estremo tentativo di non portare i libri in tribunale domani.
A destra del guardrail, a motore acceso, compare il suo acerrimo nemico giurato: l’altro autista. Che, guarda la combinazione, fa lo stesso identico lavoro, ha la stessa identica colonna vertebrale a pezzi e lo stesso estratto conto che invoca pietà. Solo che lui ha le rate del leasing che bussano alla porta ogni 28 del mese, un committente che alla prima mezza giornata di ritardo lo rimpiazza con un click e una paura tremenda di non riuscire a pagare la bolletta della luce. Lui non sciopera, non perché sia un fan sfegatato delle multinazionali della logistica, ma semplicemente perché non può permettersi il lusso del coraggio.
Risultato pratico? Urla, gesti cordiali dai finestrini, dita medie che svolazzano e un livello di livore reciproco che potrebbe alimentare una centrale a fusione. Due persone che dividono lo stesso destino si guardano attraverso il parabrezza convinte che il male assoluto dell’universo sia l’altro. Geniale.
Atto II: Lo scudo da milleduecento euro al mese
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Ma lo spettacolo non sarebbe completo senza la guest star: la scorta.
A proteggere i camionisti che non scioperano da quelli che scioperano arrivano i carabinieri. Uomini dello Stato, garanti della legge e custodi dell’ordine pubblico, mandati sul campo a fare da cuscinetto tra due disperazioni fotocopia. Con un minuscolo dettaglio che sfugge sempre alla retorica delle istituzioni: sotto la divisa e la pettorina catarifrangente c’è un altro lavoratore dipendente che, una volta tolto l’affitto e il carrello della spesa, guarda le offerte “prendi 3 paghi 2” del discount con profonda devozione.
È il trionfo della geometria sociale: un lavoratore con stipendio tirato che fa da scudo a un lavoratore con fatturato da fame contro un altro lavoratore con entrate al collasso. Se un antropologo alieno ci osservasse con un telescopio, penserebbe a un cortocircuito di simulazione.
Atto III: Il pubblico pagante e il dramma dell’insalata
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Nel frattempo, a qualche chilometro di distanza, il resto della popolazione non perde occasione per dare spettacolo a sua volta. Ci si divide con la stessa serenità e obiettività con cui si affronta un rigore dubbio al novantesimo minuto.
C’è chi urla sui social perché al supermercato le vaschette di rucola scarseggiano: «Vergogna, bloccano il Paese, andassero a lavorare!» (come se guidare per cinquanta ore a settimana fosse un passatempo rilassante tipo la pesca alla carpa). E c’è chi pontifica sul sacro valore della rivolta popolare dal divano di casa, controllando compulsivamente se il pacco con le scarpe nuove arriverà comunque entro le 18:00 come garantito dall’abbonamento prime.
Anche noi che guardiamo da fuori, che arriviamo con la lingua per terra a fine mese e facciamo i conti al distributore fino all’ultimo centesimo, troviamo sempre il modo di litigare tra chi è rimasto imbottigliato nel traffico e chi ha osato bloccarlo.
Il gran finale: applausi al piano superiore
E mentre a bordo strada ci si scambia convenevoli su chi sia il vero responsabile della rovina nazionale, ai piani alti scatta l’applauso.
Chi fissa i prezzi del carburante alla fonte, chi controlla i grandi snodi della committenza logistica, chi firma i contratti al massimo ribasso e chi nei palazzi della politica rimanda le decisioni serie a data da destinarsi, non ha nemmeno bisogno di difendersi. Non serve alzare barricate quando chi sta sotto è già ampiamente impegnato a prendersi a schiaffi da solo.
La guerra tra poveri è, in fondo, la trovata più ecologica ed economica del potere: non richiede investimenti, non consuma energie per chi sta in alto ed è totalmente a impatto zero per chi comanda. Basta lasciare una rotonda al buio, un po’ di freddo e la ferma convinzione che la colpa della tua fame sia esattamente di chi ha in mano la tua stessa forchetta vuota.











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